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Collana Editoriale Coacervo
Prima Edizione Novembre 2007
ISBN 978-88-95437-06-4
Prezzo: 8 Euro
CARAVAGGIO EDITORE
Un racconto scelto dalla raccolta:
LA MASSONERIA DI PLATONE
Ero ancora stanco; felicemente sfinito al termine di
quella lunga nottata. Quando mi congedai e mi fu permesso di salire in camera,
avvertii che i sensi mi stavano abbandonando. La voce di mia madre, quella
terribile voce sgraziata, fu l’ultima diceria dell’infinita giornata che il mio
povero udito percepì come frase distinta. Dopo, le voci in casa presero a
confondersi con il rumore di strumenti casalinghi e compresi quanto fosse
sublime il pensiero, adagiato ad un semplice letto.
Immobilità e buio, cielo e mare, candore ed oblio:
questo è l’universo del nero da persiane. Le ombre, libere di fluttuare nel
preciso stato d’insolita coscienza, riverberano gli eventi non troppo distanti a
momenti prendibili, sempre comunque allungati in movimenti che solo la ragnatela
del sogno ti regala. Suoni e movimenti rintoccano con il lento battito del cuore
che, seppur vacuo, è sempre presente come tintinnio di timpani. La pura
coscienza d’essere un anno più vecchio, senza alcun altro pensiero, è presente a
sbuffare inutili ricordi da ragazzino. Con leggero piacere, rimasi morbido o
adagiato per molti minuti. Non volevo aprire gli occhi, non volevo. Verso il
sonno non si va molte volte. Così fragile era il momento, non volevo, veramente
non volevo, ma, a malincuore, aprii rapidamente gli occhi. I miei peggiori
sospetti furono confermati. Nel disordine della mia mente mi sembrò di vedere,
in un primo momento, un poster scivolato dalla parete uniforme, e,
contemporaneamente, sentivo il volto inumidirsi dal vapore di una tazza dal
tipico odore di tè. La mia mente ha sempre avuto un acceso interesse per
sciocchezze che la vista, di volta in volta, mi propone nel corso della
giornata, ma, quella figura sagomata da padre genitore non presentava alcuna
anomalia chimica, alcolica o altra sostanza da festa di compleanno.
–
Buongiorno figliolo. Lo so che ti sei coricato da poco, ma temo che dovrai
alzarti.
Un chiarore luccicante, sulfureo, attraversò la stanza
senza alcun tipo di tregua mattutina. Solo il raggio di sole era libero di
penetrare nelle fessure delle persiane.
– Tua
madre voleva svegliarti di persona, ma non sa che debbo essere io a farlo.
Sorridi che oggi sono diciotto! Questo vuol dire che sei, a tutti gli effetti,
un adulto.
L’oscillazione della sua testa era breve e lenta. Lo
guardai per un po’ di tempo con meraviglia, perché non riuscivo a dire alcuna
cosa. Mi afferrò le mani, prese a stringermele come morse, e, per quanto
provassi a staccarle, queste restavano saldamente incollate o strette alle sue.
La testa gli rimbalzava da destra a sinistra con ritmo continuo. Quindi, mi
appoggiò una mano sul petto. Provai ad afferrare i suoi occhi, ma il suo sguardo
fluttuava senza sosta, senza alcuna precisa focalizzazione. Di tanto in tanto,
mi gettava un’occhiata fissa con assertività, o con chissà quale turba
momentanea che, fiera, drappeggiava in quelle pupille dilatate. La sua testa era
il focus della mia attenzione: era costante nel movimento, e, dalle labbra,
uscivano parole musicate, a ritmo dolce.
–
Chiudi gli occhi. Sei stanco, sei molto stanco. Il tuo corpo è stanco per la
lunga nottata. Devi chiudere gli occhi, per il bene del tuo corpo, che è e
rimane stanco.
Le parole dette da mio padre si materializzavano in un
circolo visivo nella mente e riportavano, o ricostruivano menmonicamente, le
cose dette a note di menestrello. Il volto disteso e un sorriso sereno
armonizzavano la testa basculante. Ero sveglio, ma percepivo la cosa come se
dormissi. Il respiro profondo e la sensazione di sprofondare nel letto erano
accompagnati da un senso di calore diffuso in ogni parte del corpo. Non era
irritante la cosa. Era come un piccolo pizzicore, per altro, piacevole. La
sensazione era quella di un’enorme coperta calda che, con parsimonia materna, mi
avvolgeva il corpo seppur, a quanto pare, la stagione in corso era l’estate ed
io ero coperto solo dalle mie mutande.
– Mi
stai ascoltando ragazzo? Ora ti parlerò di un evento importante, molto
importante. È meglio parlare dell’evento perché oggi tu sei adulto, e tutto
quello che ti verrà detto, dimostrato, o citato, cambierà per sempre la tua
vita. Ogni qualvolta proverai a sciogliere un dubbio, non farai che crearne un
altro; non potrai dare risposte giuste, ma solo consensi, perché le domande,
qui, non si fanno. Ogni qualvolta cercherai di dare un tuo nome a tutto, cose o
persone, non farai altro che produrre una bizzarìa, e così, poi, sarai il
carcerato in una prigione di bizzarìe.
Nel mentre delle parole, mio padre usciva ed entrava
nella stanza; mi abbandonava a me stesso, solo, alle sue verità. Usciva poi
tornava, si avvicinava e si nascondeva nell’angolo di penombra. Poi, mi fissava
con la testa dondolante. Continuò:
–
Avere paura è ragionevole. Immobilizza, rende deboli, ma ora, tu, nel pieno
controllo del tuo corpo stanco, controlli le reazioni e la rendi energia
propulsiva che ti porterà a comprendere e a decidere. Allora un enorme senso d'
appagamento ti farà partecipe della maggiore età. Vedi, negli ultimi diciotto
anni hai visto solo una parte della luna. Devi fidarti, solo quello, nulla più.
Devi avere fiducia in me, nulla più. Non devi resistere al cambiamento. Fidati
ed accogli le indicazioni che seguiranno, nulla più. Ognuno di noi, uomini della
città, al nostro diciottesimo compleanno siamo stati istruiti dai nostri
rispettivi padri per questo momento. Fidati, voglio che interiorizzi queste mie
parole e che le fai diventare parte di te stesso. All’inizio ti provocherà un
certo disordine alle idee, ma l’importante è che tu ora formuli un solo
pensiero, escludendo tutti gli altri.
Non so perché, ma mi tornò in mente la piazza del
Paese dei nonni, in montagna, il tempo bello e soleggiato, la chiesa e il suono
del campanile. Mi sentivo leggero come aria, come se stessi prescrivendo una
profezia in virtù della mia maggiore età, come se avessi tagliato i fili, come
se avessi gettato in mare il sasso della gioventù, pronto a galleggiare nello
smog.
–
Ognuno di noi, raggiunta la maggiore età, ha dovuto fare una scelta, decidere di
quale partito essere parte. Vedi, tutta la sopravvivenza della vita sociale
della città si basa su questo: un intreccio infinito di partiti che svolgono
attività d’aiuto reciproco per e fra i cittadini. La vedi questa rubrica gialla?
La tengo nascosta da più di otto anni perché tu non la trovassi, dato che i
nostri padri ritenevano che tutto dovesse avvenire alla maggiore età per il
primogenito maschio. Solo così la scelta sarà tanto istintiva quanto sincera.
Hai solo quest’oggi per decidere. Hai tempo fino alle tre, poi, se non dovessi
iscriverti a qualcuno dei partiti, sarai costretto a cambiare città. Tutta la
tua vita sociale e non, dipenderà da questa scelta. Recati in Via Selena numero
66. Lì troverai un campanello con scritto una citazione di Platone, simbolo
della nostra massoneria: non è il demone che sceglierà la vostra sorte, ma
siete voi che sceglierete il vostro demone. Ti troverai in difficoltà quando
sarai nel tragitto, lo so. Lo sarai ancora di più quando parlerai con Tato.
Tutti noi ci siamo passati, ma tutti noi abbiamo avuto un rituale che ci aiutò a
superare quei momenti. Quando il dubbio, la paura o l’incredulità ti
bloccheranno, tu fermati. Fai un passo indietro e sputati sulle scarpe, ma fai
attenzione: ogni volta che metterai in atto il rituale dovrai ripeterlo tre
volte, né una volta di più, né una volta di meno. Se vuoi non farlo, se ti senti
sicuro, tira dritto, ma, se lo fai una volta, dovrai farlo tre volte, né una di
più, né una di meno. Ora, apri gli occhi e corri. Corri figliolo!
Ed io corsi, corsi, corsi, corsi. Poi, mi fermai. Ma
subito dopo presi di nuovo a correre: strade, sali e scendi, traverse, incroci.
“Cane, vecchia megera fammi passare!”
pensai.
Erano le due e venti e quella signora, o epiteto di
obbrobrio, occupava tutto il marciapiede con la sua figura sgraziata e le sue
borse firmate da qualche stilista o commesso pronto, di norma, a vendere i suoi
stracci alle signore ricche. Lei non faceva eccezione: truccata come un clown,
rifiutava i suoi cinquant’anni. Era sempre pronta a comprare l’abito che
ringiovanisce; sempre pronta ad afferrare più borse, tre o quattro per mano. Io,
di corsa verso il destino; lei, status simbol. Non le ho mai sopportate. Piove,
e io sono in ritardo e sprovvisto d'ombrello. I portici, in questi casi,
diventano l’unica strada percorribile e loro, le signore con le borse, svolgono
la loro infame mansione esistenziale di tappo al traffico pedonale, ovviamente.
Il dramma è quando si muovono in più d’ una, in branco. Schierate come prime
file dell’esercito napoleonico, occupano la totale larghezza del marciapiede o
peggio, dei portici. Le vedi dimenarsi su trampoli di scarpe, ridere per niente
e parlare per ancora meno, con le borse penzolanti, fiere del loro lustro
economico. Sta di fatto che quella, quel singolo esemplare, c'impiegai un po’ a
scartarla sulla destra: qualche corretta imprecazione e guadagnai la rotta
giusta, la rotta che sfila al tempo ritmato di un tamburo e che rema veloce come
una nave di schiavi. Mancavano pochi minuti quando mi trovai finalmente davanti
al campanello; quel campanello che riportava le parole, e allora sì che, in quel
momento, la paura m' irrigidì come un bambù. Pensai a mio padre, al rito
marchiato a fuoco sullo schermo mentale. Feci un passo indietro e mi sputai: non
una, non due, bensì tre volte sulle scarpe. Sulla porta dell’ufficio un enorme
occhio, seppur stilizzato, accoglieva noi poveri viandanti. Bussai, e la porta
socchiusa si aprii con un lento cigolio. Al centro della stanza, un enorme
tavolo di marmo spezzava la forma rotonda della sala. Dietro, un nano sollevò un
enorme martello di legno, e, con la nuca rivolta al soffitto e con voce
sibillina, affermò:
– Io sono Tato e tu? In
questo lembo di massoneria, sarai essere di partito!
Seguì il frastuono del martello che, scagliato con
forza sul marmoreo tavolo, concluse l’affermazione del nano.
–
Bene, tu devi essere l’ultimo della giornata. Accomodati.
Nella sala circolare, otre al tavolo, lui e il
martello, non esisteva alcun altra cosa. Nulla, tanto meno una sedia.
–
Allora ragazzo, ora ti consegnerò un fascicolo con tutti i partiti attualmente
presenti. Sono in ordine alfabetico. Dagli un’occhiata e poi scegli. Hai tempo
fine le tre.
Incominciai a sfogliare quelle pagine e, su di esse,
trovai un mondo tratteggiato, impossibile: partito dell’acqua, partito delle
ciabatte, partito del fiammifero, partito dell’imbianchino, partito… c’era una
fila fino alla zeta di partiti del tipo citato. Per un momento sembrai anche
partecipe, come se la cosa avesse senso, ma, al partito della lampadina, dovetti
chiedere, anzi, fui obbligato a chiedere di cosa diamine si trattasse.
– Il
partito della lampadina! Certo, certo – esclamò il
nano. – Allora, ipotizziamo che tu abbia bisogno di
una lampadina. Attenzione, non ne hai altre a disposizione e non hai la
possibilità di comprarla. Questa è una situazione limite, sei d’accordo?
Comunque, cosa fai? Ebbene, prendi la tua agenda gialla, cerchi il numero del
partito della lampadina, fai la telefonata, e la segreteria contatterà
l’esponente del partito più vicino alla tua zona. Lui si presenterà con una
lampadina, risolvendo il problema. Ma non mi sembra un gran partito: manca di
fascino, non ha quel ruolo fondamentale che hanno gli altri. Vuoi mettere quello
della benzina? Con il partito della benzina, finisci il carburante e loro, in
pochi minuti, sono lì con la loro tanichetta rossa. Dio li benedica! Benedicili
Dio, benedicili! Oppure, il partito del caffé. Quello sì che è ricco di storia:
è un partito con il blasone. Se non ci fossero loro! Stamani, alle cinque, mi
sono alzato come ogni mattina per andare a pesca. Con sorpresa, il caffé era
finito e tutto era chiuso, compresi i bar. Cosa ho fatto? Ho chiamato il partito
del caffè e, qualche minuto dopo, mi si è presentato alla porta un loro
esponente con una tazzina fumate di nero amabile caffé.
Alzando quindi la testa al cielo, il nano ripeté:
–
Benedicili! Benedici anche loro o Signore!
Seguì, con vigore, la martellata sul tavolo. Sfogliai
ancora un po’ il fascicolo, ma nulla mi attraeva con passione. Tutti erano
appetibili, ma, quel pizzico di carattere che potesse identificarmi, non era
presente in nessuno di loro. Ecco allora l’idea: provai a chiedere al nano se si
poteva fondare un nuovo partito e lui:
– Un
nuovo Partito? Certo che puoi, sarebbe magnifico! Non ne viene fondato uno da
decenni. Ma attenzione! Dev’essere qualcosa di realmente utile alla vita sociale
della città e sarò io stesso a deciderlo quindi, fai attenzione ragazzo!
Seguì l’immancabile martellata. Non mi ci volle tanto
a riconoscere un utile contributo sociale che mi stesse a cuore, che mi donasse
gioia, un piacevole senso di appagamento: le signore con le borse! Esposi il
problema al nano, insieme alle soluzioni che si sarebbero prese di fronte al
caso. Trascorse qualche minuto con la faccia immersa in quelle piccole manine,
poi, con il labbro inferiore arricciato, annuì.
–
Allora è deciso. Dichiaro fondato il partito delle cesoie! Ogniqualvolta un
nostro estimato componente si troverà in difficoltà con qualche signora
attempata e non, l’esponente del citato partito si recherà con le sue cesoie e
taglierà le borse liberando il tragitto dall’ostacolo.
La martellata di prassi, come previsto dai nostri
padri, seguì più forte che mai. Il nano scese dalla sedia, mi diede il numero di
telefono del partito e poi prese a spingermi fuori della stanza. La porta si
chiuse e con lei, l’occhio stilizzato. Tutto si chiuse nella mia vita vissuta
fino a quel momento. Ora, ad aprirsi, saranno sempre le cesoie.
Daniele D'Alberto
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